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GM_01 
IL RISCHIO LEGALE NELLA GESTIONE DEGLI ASPETTI SANITARI NELLE STRUTTURE PER PERSONE NON AUTOSUFFICIENTI

Il workshop si propone di informare sulle importanti responsabilità professionali facenti capo alle varie figure che operano nell’ambito sociosanitario.

Programma

  • Definizioni e distinzioni (responsabilità civile, penale, amministrativa, disciplinare, contrattuale ed extracontrattuale).
  • Il fatto, il danno e il nesso di causalità
  • Elemento soggettivo (dolo e colpa)
  • Figure sanitarie e sociosanitarie che operano nelle R.S.A
  • L’evoluzione della figura dell’Infermiere: dalla mansione alla professione
  • La responsabilità giuridica dell’infermiere
  • La responsabilità penale; principali reati prossimi alla professione sanitaria intellettuale di infermiere.
  • L’OSS; L’Educatore, l’Animatore e lo Psicologo
  • Casistica: Ordine di servizio
  • La responsabilità dell’infermiere per danni cagionati al paziente da personale di supporto
  • La somministrazione dei farmaci
  • Trattamento dei dati personali e sensibili
  • La contenzione fisica
  • Normativa e direttive COVID

DESTINATARI
Direttori e dirigenti di strutture residenziali per anziani, ASP, IPAB, Fondazioni, Aziende, Privato profit
Coordinatori di nucleo, infermieri, fisioterapisti, medici, OSS
Uffici legali strutture residenziali e semi residenziali
Avvocati

RELATORI
Stefania CerasoliAvvocato,Studio legale Cerasoli, Vicenza
Paolo Giovanni BertoAvvocato, Studio legale Berto, Vicenza


GM_02 
SITUAZIONE E PROSPETTIVE ATTIVITÀ E SERVIZI ALLA PERSONA DOPO IL COVID. ESPERIENZE REGIONALI A CONFRONTO.

 A cura di ANSDIPP (Associazione dei Manager del Sociale e del Sociosanitario)

PRESENTAZIONE
L’epidemia causata dal Covid 19 ha interessato, anche drammaticamente, i Servizi alla Persona, in particolare gli anziani nelle RSA e i Disabili gravi adulti.  Errori, impreparazioni e qualche responsabilità hanno portato una ferita importante nei Servizi Socio Sanitari, non solo nella fase acuta dell’epidemia, ma anche in seguito.  Vi sono situazioni in diverse regioni che destano preoccupazione per l’isolamento e la difficoltà di ripresa della vita “normale” dentro e fuori le Strutture.  Ansdipp, attraverso l’esperienza sul campo e le azioni di sensibilizzazione svolte, vuole fare una analisi di come sono evolute le dinamiche in alcune regioni italiane, con uno sguardo al presente ma soprattutto al futuro possibile dei Servizi alla Persona, sicuramente non più gli stessi con necessità di nuove visioni di valore e di cura.

PROGRAMMA
Lombardia: Antonella De Micheli – Esecutivo nazionale Ansdipp e Direttrice
Toscana: Mariella Bulleri – Esecutivo nazionale Ansdipp e Direttrice
Emilia Romagna: Irene Bruno – Direttivo nazionale Ansdipp e Direttrice
Sardegna: Maria Assunta Pintus – Direttivo nazionale Ansdipp e Imprenditrice/Direttrice
Moderatore e Introduzione: Marco Maffeis – Direttore e Vice Presidente nazionale Ansdipp

DESTINATARI
Direttori Generali e Sanitari, Dirigenti, Coordinatori Socio Assistenziali, Coordinatori Infermieristici, Responsabili Socio Sanitari di nucleo


GM_03
MONTESSORI ABBRACCIA LE DEMENZE: UN SUPPORTO CONCRETO PER PROFESSIONISTI ED OPERATORI NELL’ERA DELL’EMERGENZA SANITARIA

Il 2020 verrà ricordato come l’anno in cui tutto il mondo visse la medesima realtà di emergenza sanitaria. Nella drammaticità dell’evento, tutti si sono ritrovati più “vicini” emotivamente, perché hanno sperimentato questa necessità di preservare i veri bisogni di ognuno di noi. Una rivoluzione di cui avremmo fatto decisamente a meno, con questa dirompenza e modalità, ma è successo e indietro non è possibile tornare. Questo evento ha portato a tante riflessioni, a toccare ancora una volta con mano come gli anziani, le persone con demenza, avessero bisogno di altro. Il MMD, Modello Montessori per le demenze, aveva anticipato gli eventi stessi, perché come non mai è emerso quanto il lavorare per specificità non avesse solo un’esigenza fisiologica e educativa, ma in questo caso, anche sanitaria. La specificità è stata la chiave di volta per poter affrontare questo difficile momento. È emerso infatti ancora una volta come modelli di intervento basati su grandi gruppi, omologando le persone a interventi passe-partout non potevano rappresentare nel passato la soluzione più adeguata ma alla luce, di queste nuove esperienze neppure oggi. Questa grave emergenza sanitaria che ha colpito tutto il nostro paese, come del resto ogni essere umano del mondo, ha reso necessario ma allo stesso tempo, evidente come i modelli di intervento precedentemente attuati nell’ambito del supporto alle attività di animazione, educative, di sostegno e mantenimento delle abilità cognitive necessitavano di un profondo cambiamento.
È come se, quello che era stato fin a prima sostenuto, avesse preso forma e fosse divenuto drammaticamente visibile a tutti.
A quel punto si è posta un’ulteriore domanda. Quali strategie usare? Che cosa attuare in un momento in cui l’isolamento e la perdita delle relazioni con le figure di riferimento era diventata la prassi?
Quali protocolli attuare? Perché se è vero che il contenimento della diffusione della malattia, dal punto di vista igienico sanitario, ha avuto la giusta priorità, dall’altra parte non vi è stata una sempre adeguata strategia condivisa di intervento. Si è guardato al corpo, ma al chi era quella persona è stato sempre tenuto in considerazione?
Di fronte a queste previsioni, la domanda che nasce è: “Il modello Montessori per la demenza, quale applicazione può trovare in questo panorama?”.
La possibilità dell’applicazione del metodo Montessori alle persone affette da demenza ha fatto emergere ancora una volta quanto questo approccio potesse essere un chiaro supporto all’interno delle organizzazioni socio sanitarie. E’ un argomento di grande attualità ed ancora poco diffuso e conosciuto nel panorama delle strutture socio sanitarie ed in generale nella diffusione delle terapie non farmacologiche. Come ripensare agli spazi, alle attività, ma soprattutto ad un’organizzazione che rimodula strategie d’intervento concrete per rispondere ad esigenze di salute ma anche di sostegno alla persona?

RELATORI
Anita Avoncelli, Esperta nella pedagogia della terza età, da più di 20 anni lavora all’interno di realtà per anziani. Promotrice del Modello Montessori per la Demenzache coniuga sia la pedagogia montessoriana che il concetto di retrogenesi di Reisberg, attraverso una visione sistemica. Si occupa di fare conoscere questo approccio nel vasto panorama delle realtà socio sanitarie e formative, al fine di modificare il processo di cura dei professionisti attuali e futuri.


GM04
LE CONFERENZE DI WELFAREOGGI
NON PIÙ COME PRIMA: RE-IMMAGINARE STRUTTURE E FUNZIONAMENTO DELLE RSA
A cura di Franca Olivetti Manoukian, Studio APS

Le RSA sono organizzazioni finalizzate a produrre servizi per anziani.
Chi sono gli anziani, le persone vecchie, i vecchi?
Per produrre servizi che servano a loro sarebbe opportuno e necessario conoscerli, capire che cosa può essere soddisfacente, gradito, utile, positivo per loro e per il contesto microsociale in cui vivono
In generale si pensa che questo sia ben chiaro e acquisito, perché individuato e prefissato da alcune evidenze rappresentate dall’età e dalle limitazioni ad essa connesse rispetto ad alcune funzionalità organiche e allo svolgimento di alcune attività.
In realtà nella società multiforme e contraddittoria, accelerata e frammentata in cui ci troviamo a convivere, considerare grandi gruppi sociali come categorie, rischia di indurre rappresentazioni parziali e distorte. Quanto più si dilata il numero delle persone che raggiungono età ragguardevoli, tanto più appare –  probabilmente – inevitabile incasellarle entro “evidenti” caratteristiche caratterizzanti, qualificarle nelle condizioni di salute, classificarle per abilità/disabilità, attribuire a priori  desideri e esigenze. E in particolare sulla base di tali rappresentazioni, si definiscono condizioni e procedure di intervento. E’ sulla base di elementi di questo genere che si stabilisce quali servizi servano, dove e come vadano realizzati, da chi, con quali costi , con quali esiti e quali valutazioni degli esiti stessi. E ancora è da questi riferimenti  che viene profuso ogni genere di risorse per fornire il massimo di ospitalità garantita dal punto di vista sanitario, igienico, dietetico,  e “alberghiero”.
Quanto tutte queste strutture e procedure consentono ai vecchi di continuare a vivere fino al momento di morire?
La vecchiaia costituisce un’età della vita a cui si arriva per passaggi successivi rispetto ai quali non si è o si è ben poco preparati.
Sembra che sia un’evoluzione naturale a cui ciascuno è naturalmente predisposto.
Va tenuta sotto controllo sostanzialmente soltanto dal punto di vista sanitario, attraverso vari tipi di screening e checkup
La vita che ognun riesce a vivere da vecchio e da vecchia è lasciata ai sentimenti, alle iniziative, alle condizioni economiche e familiari,  agli attivismi e alle pigrizie di ciascuno…. E poi si commenta che le donne se la cavano meglio degli uomini perché in casa trovano sempre qualche cosa da fare, che chi ha una preparazione intellettuale o chi ha possibilità di occuparsi di coltivare (agricoltura o giardinaggio)  è più attrezzato, chi ha possibilità finanziarie, ha maggiori opportunità di scelta…. Sostanzialmente ognuno si arrangi in mezzo a tanti consigli profusi in quotidiani e libri sull’alimentazione, gli esercizi fisici (camminare), il mantenere curiosità (Massimo Ammanniti).
Si sottovaluta che, come per altre fasi della vita, anche rispetto alla vecchiaia si tratta di apprendere. Ogni cambiamento intrinsecamente implica degli apprendimenti e questi avvengono nelle relazioni con se stessi, con la propria soggettività, con altre soggettività, con i diversi contesti che esistono e si mobilitano intorno a noi.
E sarebbe democratico – sarebbe cioè una scelta di contenimento delle diseguaglianze – se si allestissero possibilità di apprendere dall’esperienza dell’invecchiare.
Questo potrebbe portare i vecchi a affrontare il morire mantenendosi in vita e al tempo stesso  potrebbe costituire una sorta di socializzazione per tutti di fronte all’accumularsi degli anni, più attrezzati e preparati nelle famiglie, nel contesto sociale e  anche entro se stessi.
Che cosa implicano queste considerazioni rispetto alle RSA, alle modalità con cui sono costruite, con cui organizzano le attività, con cui funzionano, con cui producono servizi ?
E’ convinzione diffusa in tutti i servizi cosiddetti alle persone che a fronte di diverse fragilità e vulnerabilità i servizi stessi siano chiamati a fornire risposte, a considerare i “bisogni” da colmare, le carenze a cui supplire, le incapacità a cui sostituirsi e quindi a dare e fare tutto il possibile. Disagi, sofferenze di varia natura in realtà possono essere affrontati se le persone stesse che le vivono riescono a riconoscerle e a vedersi non azzerati, atterrati e atterriti, ancora portatori di qualche sprazzo di energia, di desiderio, di comprensione, di interesse. Si tratta di portare attenzione a quello che esiste, che c’è e che è vitale, più che rilevare e accentuare quello che manca.  Nei confronti dei vecchi si tende per lo più a preoccuparsi che non facciano fatica (dal non portare pesi, girare accompagnati, posti riservati sui mezzi pubblici all’evitare che prendano decisioni….): se da un lato si esprime così rispetto e riguardo, dall’altro si sottolinea una forte disimmetria che è collegata a giudizi sommari e distanti che in realtà mortificano le soggettività.
Per realizzare servizi  di cui gli anziani possano avvalersi è interessante che nelle RSA si strutturino modalità di accoglienza e interazione che sono attente alle soggettività, particolarmente centrate sull’ascolto e sulla rilevazione di capacità da mantenere e persino da sviluppare, sulle doti e abilità che a volte sono anche da scoprire perché è dato per scontato che sono andate perdute. Le tecnologie digitali possono offrire in questa prospettiva delle opportunità straordinarie.
Da qui anche l’ipotesi di orientare le RSA come servizi più aperti e interativi con le famiglie e in genere con i territori: per coloro che risiedono nelle RSA  è possibile arrivare a concordare con i familiari come gestire alcune patologie, alcune criticità di comportamento, attivando delle acculturazioni importanti rispetto a pregiudizi e credenze anche a volte  alimentati da dissidi interni alle famiglie sedimentati nel tempo. Si può ipotizzare l’organizzazione di alternanze tra abitazione e RSA in cui si mantengono e si affinano fiduciosamente i rapporti con gli operatori e con i familiari
Possono essere offerte consulenze su modificazioni degli spazi o del loro uso all’interno delle abitazioni, sull’utilizzo di apparecchiature informatiche per collegarsi anche per incontri, per comunicare con operatori sanitari, per interagire con parenti e amici, per eventi vari.
Un’impostazione aperta richiede  – e questa è la parte più difficile probabilmente – di investire nei rapporti con il personale di base, con  gli operatori socio-sanitari (OSS e ASA) che è importante siano portati a condividere l’impostazione del funzionamento della RSA, che siano considerati nelle  loro difficoltà, che siano coinvolti e accompagnati in percorsi formativi ad hoc.

RELATORE
Franca Olivetti Manoukian, Studio APS

 

 



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