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DAL DIRITTO ALL’AUTONOMIA AL DOVERE DI CUSTODIA

Le normative nazionali e sovranazionali fino a oggi erano tutte tese a promuovere ed incentivare la piena inclusione delle persone con svantaggi affinché potessero diventare protagoniste della loro vita e della comunità in cui vivono. Inclusione sociale significa sostanzialmente cambiare le regole del gioco dello sviluppo e del funzionamento delle comunità, per garantire la centralità e la partecipazione delle persone non autosufficienti.
L’ente che eroga servizi a persone con disabilità doveva, quindi, prestare estrema attenzione alla compita tutela dei diritti, bisogni e aspirazioni del proprio ospite, dando conto dell’effettivo coinvolgimento della persona nel
progetto di vita che le viene offerto. E ora? Nel nuovo scenario disegnato dalle direttive sempre mutevoli dettate dagli umori della politica e dalle  e e le ‘intenzioni’ capacità di un virus?
Il workshop si propone l’obiettivo di esaminare come tali principi siano conciliabili con le inevitabili responsabilità che necessariamente incombono sui soggetti che erogano servizi alle persone con disabilità, anche in una situazione così inedita come quella attuale.

 PROGRAMMA

  • La nozione di sorvegliante e il dovere di custodia
  • La sorveglianza degli “infermi di mente”
  • La prova liberatoria
  • La responsabilità sussidiaria dell’incapace
  • Autolesionismo e danno subito dall’incapace
  • Giurisprudenza
  • Casistica: il rischio aggressioni; il problema dei trasporti; le uscite in autonomia; le attività lavorative;
  • Dall’immobilismo difensivo a progetti individualizzati “illuminati”
  • Normativa e direttive COVID-19

RELATORI
Stefania Cerasoli, Avvocato, Studio legale Cerasoli, Vicenza
Paolo Giovanni Berto, Avvocato, Studio legale Berto, Vicenza


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PRENDERSI CURA L’UNO DELL’ALTRO: IL CONTAGIO BUONO AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
A cura di Anziani a casa propria

Il workshop curato da Anziani a casa propria quest’anno vuole sviluppare il concetto della horizontalidad, termine che nacque in Argentina negli anni duemila, ai tempi della grande crisi, con migliaia di gruppi di mutuo aiuto. Sono oggi cooperative, scuole e università popolari, orti, serre, gruppi dedicati alla famiglia e agli anziani soli non autosufficienti.
Crediamo che il termine autosufficienza debba includere non solo l’essere aiutati come individui nei propri bisogni personali, ma vada esteso alla capacità di gruppi sociali e comunità di risollevarsi dalle difficoltà, dall’esclusione spaziale nel contesto urbano, dalla marginalità economica e culturale.
Il termine horizontalidad, che da gennaio ad oggi ha già ispirato quattro prestigiosi saggi, implica una totale disintermediazione dalle gerarchie e i ruoli sono unicamente funzionali a un obiettivo.
La cosa sarebbe rimasta in Argentina e in Sud-America se una pandemia globale non ci avesse costretti a stare uniti e ad aiutarci. Si calcola che nel mondo siano ormai quattrocentomila i gruppi di mutuo aiuto.
La parola stessa, horizontalidad, delinea le caratteristiche degli interventi: un rapporto simmetrico tra le persone, la convinzione che la persona in situazioni di disagio non è né incompetente né passiva, ma anzi deve decidere del proprio futuro, una relazione non di antagonismo ma di autonomia, che può comunque divenire collaborazione su singoli progetti, con i partiti e il governo.
Le morti in degradante solitudine, in tutto il mondo, di anziani istituzionalizzati in case di riposo interpella ciascuno di noi sulle modalità di aiuto alle persone adulte e fragili. Essa dovrebbe convertirsi in auto, mutuo aiuto, superando il modello ormai datato delle residenze o case di riposo, ma lasciando l’anziano nel suo ambiente. Creare allora comunità orizzontali che mettano al centro i bisogni dell’anziano non autosufficiente è una delle importanti declinazioni di questo nuovo approccio sociale.
Vorremmo sviluppare quest’anno il concetto di horizontalidad con esempi concreti ai tempi del coronavirus e prima: le cucine popolari per far fronte al tragico dislocamento sociale provocato dalla pandemia, con milioni di persone che in vari Paesi hanno perso il lavoro e talvolta la casa, la rete di alloggi temporanei nel Nord-Europa, dove milioni di famiglie hanno esposto alle loro porte e alle finestre la scritta, in più lingue, “qui c’è qualcuno che ti ascolta e, se vuoi, può aiutarti”, le cliniche di strada predisposte negli Stati Uniti, dove il modello sanitario non è universale, ma basato sul sistema assicurativo da cui sono escluse le minoranze povere.
Parleremo, come caso di scuola, di ciò che accadde a New Orleans dopo l’uragano Katrina, come esempio della necessità che ogni gruppo sociale, in armonia con gli altri, scelga e costruisca il proprio destino.
Ciò è tanto più urgente nel settore degli anziani fragili, a rischio o non autosufficienti e degli adulti in difficoltà, un gruppo sociale da sempre non collocabile da nessuna parte: non più in famiglia, non in istituti che si sono rivelati inadeguati e a volte hanno violato la legge con l’abbandono e la violazione di ogni protocollo prima e in particolare durante il COVID-19.
Anziani a casa propria è l’organizzazione di volontariato che, prima in Italia, ha proposto ed elaborato, grazie al magistrato Graziana Campanato Rossi la legge dell’affido dell’anziano e dell’adulto in difficoltà.
È già una normativa della Regione Veneto, finanziata con due anni di sperimentazione. Gli affidi, piccolo affido, affido di supporto, affido in convivenza e affido in convivenza temporanea di sollievo alla famiglia di origine. Sono ormai seicento in tutto il Veneto e un centinaio in altre regioni italiane dove vari enti e associazioni ci hanno chiesto di aiutarli ed oltre 151mila hanno in pochissimi anni scandagliato il nostro Sito Web e chiesto documentazione, convegni ed altro.
Varie le gradazioni di aiuto, da poche ore settimanali fino alla convivenza, che la legge prevede. In questo modo si dà all’anziano e all’adulto in difficoltà la possibilità di restare a casa propria e all’affidatario, sia egli/ella un giovane formato dalla scuola e dai nostri corsi, una famiglia, una persona disoccupata che ha scelto di riqualificarsi in campo sociale.
Gli affidatari e gli affidati, con la supervisione di un’équipe multi-istituzionale e multiprofessionale firmano un contratto e un patto che sarà costantemente accompagnato e verificato per evitare disagi, malintesi o abusi. Ogni affido può essere riformulato e, se le accoppiate non funzionano, certamente vi è una revisione degli abbinamenti.

RELATORI
Manuela Lanzarin, Assessore alla sanità, alla programmazione socio-sanitaria, ai servizi sociali, all’attuazione del programma ed ai rapporti con il Consiglio presso la Regione Veneto.
Stefano Valdegamberi, Consigliere ed ex assessore ai servizi sociali presso la Regione Veneto.

INTERVENTI
Serena Rossi, esperta in Diritto di Famiglia e nel Terzo settore. Coordina l’équipe giuridica del Comitato Scientifico Nazionale di ACPUR
“Nuovi strumenti di tutela dell’anziano e dell’adulto in difficoltà. Il panorama italiano a livello regionale e locale”
Simonetta Milan, svolge la professione di psicologa psicoterapeuta, è componente del Comitato Scientifico Nazionale (équipe della comunicazione di ACPUR)
Giusy Di Gioia, assistente sociale, è presidente nazionale di Anziani a casa propria, Padova.
COORDINA
Francesca Tibaldi


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LE TERAPIE NON FARMACOLOGICHE: LA METODOLOGIA E L’ORGANIZZAZIONE AL SERVIZIO DELL’EFFICACIA NEL PRENDERSI CURA DELLE PERSONE AFFETTE DA DEMENZA (PAD)

Terapie non farmacologiche (TNF): cosa le caratterizza? Cosa le contraddistingue da un intervento? A cosa serve un approccio rigoroso nei suoi aspetti metodologici e di metodo?
Quali caratteristiche organizzative sono indispensabili affinché un intervento possa poggiare su basi che ne garantiscano la continuità e la coerenza (aspetti imprescindibili nel prendersi cura delle persone affette da demenza (Pad))? In particolare, gli aspetti qualitativi di una terapia non farmacologica implicano un coinvolgimento, attivo e replicabile, della Pad, personalizzato in ragione delle sue capacità e costruito all’interno di una radice teorica. La condivisione delle biografie personali e la conoscenza degli stili di attaccamento costituiscono delle basi di sapere condiviso di chi si prende cura. Sostenuti da una metodologia e da metodi che supportano le scelte di attivazione, contatto e relazione, queste basi aprono all’incontro reale, “alla pari”, durante la condivisione di un momento di vita quotidiano, pensato proprio per quella persona, pianificato secondo le sue caratteristiche specifiche e i suoi gusti che evolvono e cambiano, e che si dipana sempre nuovo e diverso (nella rigorosa continuità di senso e scopo) in funzione dei diversi operatori o famigliari che lo vivono con lei. Verranno quindi date indicazioni concrete e mappe per orientarsi nel costruire interventi di TNF.

RELATORI
Laura Ceppi, psicologa clinica e di area neuropsicologica. Lavora presso Polo Saron­nese di Psicologia, Casa di Risposo Gallazzi-Vismara di Arese, R.S.A. San Remigio di Busto Garolfo. Membro gruppo Doll Therapy Ticino e fondatrice Ginco Cooperativa Sociale ONLUS di Como.
Luisa Lomazzi, professoressa SUPSI (Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana) in Management e valutazione della qualità nei servizi socio-sanitari, sociologa delle organizzazioni.

DESTINATARI
Tutti gli operatori sociali e sanitari che lavorano con persone affette da demenza.
Direttori di struttura
Familiari di persone affette da demenza


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LAVORARE CON LE FAMIGLIE PER SERVIZI PIÙ EFFICACI NELLE RSA

Con la pandemia da COVID 19 le RSA sono state investite da pesanti fenomeni gestiti con grandi difficoltà. Dinamiche intensissime hanno toccato direttamente e nel profondo tutti i soggetti implicati: dalle persone anziane ospiti, alle loro famiglie, agli operatori e dirigenti. Sono state disorientanti e fonti di sofferenza e di conflitti, interni alle stesse persone, tra operatori, con familiari, nelle interazioni con i contesti istituzionali e sociali.
I processi di cura, le procedure, le diverse operazioni, le forme di interazione hanno subito cambiamenti anche drastici. Tutto questo non è riducibile solo a “dimensioni operative” che si sono modificate o si intendono modificare, non sono riducibili soltanto ai loro contenuti strettamente funzionali, ma assumono senso e significato all’interno di ipotesi, consapevolezze, sensibilità, sia da parte di chi cura che di chi viene curato: qui sta la grande peculiarità e delicatezza di ciò che ci si scambia reciprocamente nei servizi di assistenza e cura. Anche nella relazione con i familiari.
Si sono aperte riflessioni su che cosa è salute, senso del vivere ma anche del voler vivere, del benessere possibile anche convivendo con malattia e cronicità, e delle loro irriducibili connessioni con le soggettività, con le dimensioni relazionali, affettive, spirituali, di senso. Gli orientamenti e le modalità di relazione che si possono sviluppare con i familiari sono collegate a questo, e dunque sono una questione centrale nella realizzazione del servizio e della cura. Obiettivo del workshop è di approfondire queste direzioni di lavoro.

PROGRAMMA
Le forme della vicinanza, della partecipazione, della corresponsabilità richiedono pensiero, ricerca, sperimentazione, fiducia.

  • Le RSA possono essere servizi più aperti e interativi con le famiglie?
  • Dissimmetrie, fiducia, corresponsabilità possono riconoscere di più le soggettività familiari?
  • E’ possibile arrivare a concordare con i familiari come gestire alcune patologie, alcune criticità di comportamento, attivando delle acculturazioni importanti rispetto a pregiudizi e credenze anche a volte alimentati da dissidi interni alle famiglie sedimentati nel tempo?
  • Si può ipotizzare l’organizzazione di alternanze tra abitazione e RSA in cui si mantengono e si affinano fiduciosamente i rapporti con gli operatori e con i familiari?
  • Possono essere offerte consulenze su modificazioni degli spazi o del loro uso all’interno delle abitazioni, sull’utilizzo di apparecchiature informatiche per collegarsi anche per incontri, per comunicare con operatori sanitari, per interagire con parenti e amici, per eventi vari?

RELATORI:
Luz Cardenas,  Psicologa, formatrice e consulente ambito socio-sanitario.
Silvano CorliDirettore Azienda Speciale Comune di Concesio (BS), Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia.
Giovanna FerrettiInfermiera, responsabile progetti qualità e integrazione tra setting di cura, ASST Spedali Civili di Brescia, collabora con Studio APS Milano.
Franca Olivetti ManoukianStudio APS Milano.
Valter Tarchinicollabora con Studio APS Milano.



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